Ci trasferimmo a sei anni
e le elementari stavano per iniziare.
Percorrevamo corridoi con cartelle
rettangolari
issate su spalle malformate
deboli
innocenti.
Non eravamo pronti al mondo.
Eppure i nostri genitori non avevano
soldi per una babysitter
con il dono dell’ubiquità.
E vennero
così
i modellini delle auto da corsa
i primi fumetti e
le figurine del calcio: fantastico
mito delle nostre ore di lieta
cecità. Imparavamo nomi a memoria
con carte da gioco
ed ore passate ad ammirare i
nostri padri
imprecare contro il guardalinee
incapace. Bestemmie indecifrabili
Significati che sfuggivano
e
intanto
giocavamo con le lego.
Le console in bianco e nero
i giochi stilizzati
i primi fifa sulla play.
Discorsi confusi tra un intervallo
e l’altro
nella mensa tappezzata di rigurgiti
infantili.
I genitori dei nostri compagni
sapevano già parlare male di noi
Noi che non capivamo
ed assorbivamo: chiacchiere;
odi; vizi: virtù; maniere; nomi;
connessioni; cibo, merenda, pranzo e cena;
cedolini per i libri di testo;
buio.
Paura e luci di riflesso che filtravano
nella camera rimboccata.
Film horror ricamati
da infanti coraggiosi
cresciuti da parenti aperti quanto un buco di culo vergine.
Invettive (cosa vuol dire invettive?) e gesti colorati
un medio
un indice e un mignolo
una mano appoggiata all’apice dell’avambraccio, decisa
arrabbiata.
Spostavamo banchi con cieco furore
e parole ereditate.
Chi ero io? Oh, merda! Ho perso un dente. Dov’ero rimasto?
Mamme apprensive
uscivano prima dal precario lavoro,
passando per la segreteria
addormentata
e per mano a casa
con latte caldo, brioche e cartoni animati sul sei
e nervoso
e pulizie casalinghe da portare a termine
e paga ridotta
e “dimmi cosa vuoi mangiare stasera”.
Arrivavano a scadenze fisse regali di moda
da mostrare al ritorno dalle vacanze
Le nostre madri ci facevano da stilista personale
e cuoca e domestica e infermiera.
Non dovevamo fare nulla
e l’abitudine entrava nel sangue,
come un cancro.
Il silenzio della mente era il nostro migliore amico.
E poi skateboard comprati a poco prezzo,
con la nuovissima e rivoluzionaria valuta
dal cambio da imparare a memoria, per niente
E calci ad un pallone sgonfio nei box del condominio
E pedate in faccia dopo un litigio dimenticato
E corse a perdifiato per chissà che cosa
E scambi di merce, nascosti in un angolo troppo visibile.
Leggerezza, è la prima parola che mi viene in mente.
Leggerezza fottuta dalle medie e dalle influenze
di liceali troppo deboli
per provarci con una liceale
mentre tradimenti calcistici
si accavallavano con primi amori
e masturbazioni,
già, scoprimmo la masturbazione e via
di seghe zoppicanti
con fuoriuscite di vuoto assoluto
nero e
frustrante e
da ridere. “Ah, Ah, Ah”
“Ah! Io l’ho più grosso del tuo!”
“Ah! Lui ha già scopato”
“Ah! Mio padre è morto ma sono lo stesso figo
e quindi pesto tutti”
esperienze trascinate e consolidate
negli anni
mai perdute
anzi, rese ancora più spesse e
pesanti
da una monotonia di cemento insapore
e senza suoni nuovi.
Cazzo, studiavamo Bach e
Mozart e
Beethoven con noia
scazzi vari
e domande del tipo “minchia ci serve sta roba?”
ignoranti com’è giusto che fosse
e l’educazione era deviata
e i professori devastati
e i bidelli derelitti,
finti amici
finti genitori
finti.
La paura per il preside di turno
Le lacrime snocciolate al posto
di parole ingenue
Il terrore del ritorno a casa
dopo una nota.
PERCHE’?
PERCHE’?
Cresciuti con lo spavento attaccato
all’uccello
Cresciuti con il dovere del rispetto
verso gli altri
Cresciuti storti. Io che ora voglio essere
una giravolta d’esperienze
ingarbugliate
come le note di una fottutissima sinfonia
un misto d’emozioni e
sentimenti
e odio
e amore
e non lo so!
e dubbi
e follia
e orrore.
Andiamo avanti su queste strade lastricate
di mattonelle
fragili, pronte per essere scaraventate
in faccia: moniti di un omicidio imminente.
Gli infanti lasciati nell’aree di gioco
nel miscuglio culturale di questo zerodieci
per poi tornarsene alla dimora
accogliente
attesi da ipocrisie e moralità perdute.
Non si può modificare tutto questo, vero?
Come fare, allora?
Preda dunque delle malinconie
più taglienti, siamo?
Affannosi respiri
Occhi sbarrati
Raccapriccianti elucubrazioni
Parole lanciate mentre Gershwin fa
da palliativo.
Non ci resta che bere
o rassegnarci
o scopare più spesso
o provare a farsi una reputazione
o fare carriera o una famiglia
per poi far ritorno in un oblio spaventoso
di concetti appallottolati
nel silenzio
durante una
sigaretta solitaria
..quindi dobbiamo chiuderla adesso?
Ma chi ne ha il coraggio?
Schifo-merda-porcaputtana!
©
“Signor Bassi, ancora cinque minuti ed entra in scena”.
“See”.
“Le serve qualcosa? Qua ho una cosa che deve dare a Lisa: è un suo libro, che dovrà autografare appena verrà tolto dal pacco regalo”.
“Quale dei miei libri?”.
“Non è importante. Senta, si faccia dare un’ultima sistemata ai capelli. Poi le manderò il suo agente che l’accompagnerà davanti all’entrata”.
“Mh.”
Se ne andò. Decisi immediatamente che non mi sarei fatto dare quella sistemata ai capelli. Dio, come mi ero ridotto. Era già la quarta partecipazione televisiva in un anno e questa, probabilmente, sarebbe stata la più umiliante. Era il 2012 e avevo sessantadue anni. Fra cinque minuti avrei fatto da aiuto “cuoco” a Lisa Garmelli, la conduttrice del programma “A pranzo con Lisa”, avete presente? Il problema di fondo era che non sapevo cucinare. Mai in vita mia avevo cucinato seriamente o per far piacere a qualcuno. E poi non avevo tagliato le unghie e avevo le mani piene di tagli. Scrivevo libri da trent’anni e da due continuavo a fare marchette in giro per il paese. A volte andavo pure all’estero. Una vita di merda la mia, tra salite e inabissamenti in pozze d’urina melmosa e rancida. Più inabissamenti che risalite. Mi ero sposato due volte, avevo divorziato due volte. Vivevo con una donna sulla trentina, mora e dalle gambe lunghe, ma sarebbe finita presto, lo sentivo nell’aria. E adesso questo. Dannazione. Odiavo i programmi di cucina. I conduttori erano tutti così falsi, guardavano in camera e sorridevano stancamente, abituati alla luce rossa da seguire come un tossico segue il proprio rivenditore di cocaina, avidi, disperati, rassegnati. Cosa c’entravo in tutto questo? Perché avevo accettato? Ah, certo: soldi. Ero a secco, andavo avanti con prestiti presi da banche, agenzie, amici, amici di amici, parenti, usurai. Avevo un sacco debiti. Debiti su debiti. E in più dovevo sempre rifornirmi di whiskey e birra e sigarette e coca e donne; per non parlare delle scommesse.
Attaccai a ciucciare dalla bottiglia di vodka che mi ero portato dietro, quando entrò il mio agente. Era come una furia piena di terrore, lo sprizzava dalla bocca, dal naso, dalle orecchie. La porta sbatté contro il muro, forte.
“Forza Nick, è ora.. Perché stai bevendo? Si sente quando bevi! Cazzo! Ecco, tieni una mentina, dai”, allungò la mano, che conteneva un pacchetto di caramelle all’eucalipto.
Ne presi una, “grazie”.
“Prendi tutto il pacchetto, non si sa mai”.
Lo misi in tasca. “Allora, Bello, devo dire qualcosa in particolare?” .
“Non è strettamente necessario, Nick. Ora tu entri e le stringi la mano, seguono due baci sulle guance e poi fai quello che ti dice lei”.
“E questo coso?”, gli mostrai il pacco con dentro il libro.
“Ah, quello.. beh glielo consegni e, una volta aperto, lo autografi”.
“Che libro è?”.
“Non è importante. Quello che davvero importa è che la gente vedrà il tuo nome apparire sullo schermo, così poi andrà a cercarti su google o su facebook o su quel cazzo di twitter che sta diventando una droga”.
“Ok”.
“Dai andiamo. Mangia un’altra caramella.”
Lo seguii nel corridoio illuminato da un neon freddo e blu come il disinfettante dei cessi pubblici. Nell’aria c’era odore di cibo. Passammo a fianco della vera cucina, dove veri cuochi e veri aiuto-cuoco, stavano cucinando il menù da presentare in trasmissione nel caso in cui la conduttrice avesse toppato con una ricetta. Mi fermai un attimo a guardare. Il locale era rivestito interamente di acciaio anti-macchia. C’era molto fermento, tutti erano agitati e biascicavano bestemmie. Dovevano restare nell’ombra e, nonostante tutto l’edificio fosse insonorizzato, preferivano fare meno rumore possibile. Quanto cibo sprecato per nulla, pensai, a me sarebbe bastato per mesi e mesi. Solitamente mangiavo poco, più che altro mi davo all’alcool e quando bevi non hai mai troppa fame. L’agente mi fece cenno di seguirlo, e alla svelta. Gli andai dietro. Svoltammo a sinistra. La porta era là, in fondo, a meno di trenta metri. Incominciai ad avere una leggera nausea. Sul lato destro c’erano due assistenti che stavano parlottando animatamente e sottovoce. Quando ci videro arrivare si misero composti, con mani dietro la schiena e gonfiando il misero petto, e sorrisero d’ipocrisia.
“Verrà direttamente Lisa ad aprirle”.
“Ok”.
Se ne andarono e fecero scattare il campanello. Era ora. Sentii dei tacchi avvicinarsi. Battevano decisi ed esperti su quello che, a orecchio, sembrava un parquet economico. “Merda, inizia la recita”, sfrigolai fra i denti. La porta si aprì e Lisa mi si presentò a cinque centimetri dal naso. S’era armata di uno sguardo duro, come per dire: “ora seguimi e chiudiamola in fretta”, sull’ultima parte non potevo che essere più d’accordo. Non l’avevo mai conosciuta prima, eppure mi abbracciò come se ci conoscessimo da secoli.
“Ciao Nicola!”. E via con gli scambi di baci. La vidi storcere il naso. Probabilmente era rimasta qualche traccia di schiuma da barba tra i lati più nascosti della mia faccia rugosa e lei la notò all’istante. Automaticamente mi passai il rovescio della mano su tutta la superficie del volto. Lisa mi osservò e accennò ad un rapido O.K. con la testa.
“Ciao Lisa..”, ricambiai incerto.
Diede uno sguardo alle telecamere e mi presentò a gran voce, “oggi abbiamo con noi il grande scrittore Nicola Bassi!”, tornò a guardarmi, “vieni con me verso la cucina, occhio al bordo del divano. Allora come stai?”.
“Tutto apposto, ti ho portato qualcosa da mettere nella libreria”.
“Un tuo libro? Grazie!”, fece due passi lunghi, “oh! Io adoro i tuoi libri, li leggo da sempre”. Non le credevo.
Spandeva riflessi di smalto e dentina ovunque. La sua pelle possedeva la classica abbronzatura da raggi uva. Era una bella donna, non potevo negarlo. I tacchi le risaltavano i polpacci, le cosce e il culo, che era alto e sodo. Sicuramente fa palestra, riflettei tra me. Me la immaginai mentre rafforzava i glutei su uno di quei marchingegni infernali, tutti neri e ferro e gomma ed elettrodi.
Entrammo in cucina. Il locale era ben illuminato e ampio, i colori caldi e tutto era in ordine. L’unica cosa da evitare era quella di girarsi verso le telecamere, ma il contratto firmato alla cieca me lo impediva categoricamente. Così guardai dritto, verso la luce rossa, ma non fu quella ad attirare la mia attenzione. Oltre al banco con fornelli ed ingredienti, si estendeva un fondale nero, all’apparenza infinito, popolato da telecamere e cameraman sonnolenti. Arrivavano scariche di flash statici, bombardamenti di luce e calore. Dopo due minuti ero già stordito. Intanto Lisa aveva scartato il regalo. Era una copia di “Poesiole dal bordo della fossa, quando guardo i tuoi piedi freddi e mi scolo una bottiglia di vodka”, la mia ultima raccolta di versi. La maggior parte delle poesie erano dedicate alla mia ex moglie, che odiavo e volevo vedere morta. Lisa trattenne un sorriso, e chissà per quale pregiudizio, instillato dalle sue comode vite patinate, le venne. Non m’interessava, sinceramente. Ero abituato a sguardi di scherno e commiserazione. Si ricompose subito, da vera professionista e mi chiese un autografo. Firmai e scarabocchiai un muso sorridente. Lei prese il libro e lo ripose nella libreria montata sopra il frigorifero. Continuava a parlare, ma per me era più che altro un rumore. Non capivo nulla di ciò che usciva dalla sua bocca, annuivo e basta, le davo corda senza troppa fatica. Sopra le varie mensole intravidi qualche ricettario e volumi scritti da calciatori, stilisti, giornalisti, modelle, presentatrici, estetiste, agenti immobiliari, attori, eccetera. Che pena finire in mezzo a quelle seghe ben vestite. Avevo voglia di bere, merda.
Mi si avvicinò e sfregò il fianco contro il mio, mi guardò e sorrise, ancora. Ma non sottintendeva nulla di ambiguo, forse era un segnale per dirmi,“Sono pronta, iniziamo!”, anche perché subito dopo si voltò verso la telecamera e attaccò: “Oggi, insieme a Nicola, cucineremo una classica pasta cacio e pepe. Giusto Nicola?”.
“Esatto, Lisa. Ammetto di non essere un grande cuoco, quindi mi limito a cose semplici e a basso costo”.
“Un risparmiatore. Fai bene con quest’economia che non gira”.
“Mh..”. Cosa cazzo sta dicendo, pensai, immagino quanto possano essere grandi i suoi problemi economici.
“Questa pasta ha qualche rapporto con la tua famiglia, con la tua regione o altro?”.
“No, il problema sono i sol.. cioè, volevo dire, sì. Ehm.. mia madre me la preparava sempre, almeno una volta a settimana fino a quando non sono scapp.. ohm.. fino a quando non mi sono trasferito a Milano per studiare lettere”. Stavo rischiando di commettere molti errori. L’agente mi aveva detto di dare un’immagine più leggera di me durante questi primi due anni di marchettariato, poi avrei potuto sputtanarmi in ogni modo possibile. Lei se ne accorse e mi venne incontro con ansia, apprensione, e un vibrante e tagliente disprezzo.
“Giusto! Per che tu vieni dalla provincia. Dove sei cresciuto?”. Da acuminato che era all’inizio, il tono s’addolcì sul finire della frase. C’è da aggiungere che lei non smetteva mai di sorridere o di scattare in risatine stupide o di ridere ad ogni mia battutina buttata lì a caso. Sapeva recitare con costanza, non usciva mai dal suo ruolo di mamma cuoca/amica cuoca/moglie cuoca/svampita del gruppo, insomma una cosa del genere.
“Sono cresciuto in provincia di Bergamo, a Caravaggio”.
“Ah sì? Io ho degli amici di quelle parti, cioè, conosci Seriate?”.
“Certo”.
“Ecco, abitano lì. Hanno una casa molto bella appena fuori dalla città”.
“Capito”. Iniziavo a stancarmi, volevo sbrigare la faccenda in fretta. “Buttiamo la pasta?”.
“Sì, cosa usi solitamente?”.
“Penne o conchiglioni, così in dieci minuti tutto è pronto”.
“Ho tutte e due, cosa preferisci?”
“Conchiglioni”.
“E buttiamoli allora!”.
L’acqua già bolliva, per fortuna. La schiuma giocava con diafane figure che scoppiettavano eccitate, in un ricambio perpetuo. Buttai la pasta e gocce incandescenti saltarono sui peli del mio braccio. Lo ritrassi in fretta e dilatai gli occhi. Poi mi abbassai e passai il viso sul vapore che saliva e cresceva. Sentii i pori della mia pelle dilatarsi, inspirai e per un attimo mi rilassai. Raddrizzai il corpo e vidi la faccia interdetta di Lisa. “E’ un mio rituale”, mi giustificai. Non avrebbe capito, credo.
“Che formaggio metti per amalgamare la pasta?”, chiese.
“Pecorino. L’avete?”.
“Certamente, eccolo”. Mi passò un barattolo pesante. Lo aprii e venni soffocato da una zaffata intensa di formaggio fresco, grattugiato.
“Poi occorre, beh, pepe”, mollai uno stupido sorriso, “olio, un po’ di cannella. Hai salato la pasta?”.
“Sì, certo”.
“Ok.. e poi bisogna aggiungere una foglia di basilico. Io la metto giusto perché mi piace guardarla mentre diventa livida per via del calore”.
“Ah..”. Queste mie lievi stranezze la mettevano sempre in un imbarazzo simile a quello che provano i gruppi di donne di provincia sui quaranta riuniti a cena per la classe annuale, quando una di loro fa un’uscita su un rapporto sessuale avuto con un diciottenne, amico di suo figlio. Era il riflesso della moralità ingarbugliata di quest’ultimo trentennio, che cerca di districarsi tra aperture mentali, reminescenze rurali, immagine di sé, insoddisfazione, dubbio e giudizio altrui. Durante quelle mie rapide uscite, si formava in lei un accavallamento di stati d’animo che la bloccavano, pur brevemente, ma la bloccavano. Dopo quella stagnazione istantanea, tornava a sfoderare il suo sorriso a centoquarantaquattro denti e io mi sentivo sollevato di non averle rovinato la reputazione. Sentivo che avrebbe potuto farmela pagare a caro prezzo. Pariamoci chiaro, aveva una sorella che stava decisamente in alto e aveva sposato un uomo potente; il marito di Lisa, invece, conosceva praticamente tutti i media italiani. Cazzo, chi ero io per oppormi a tutto questo? Per togliermi dalla testa questi pensieri corrosivi la aiutai a prendere il barattolo della cannella, che era riposto in un armadietto situato sopra i due forni.
“Grazie”, mi disse e per la prima volta riuscii a intravedere una luce di sincerità sul suo volto. La cosa mi tirò un po’ su. Sarei riuscito ad arrivare fino alla fine.
“Sento se la pasta è cotta”. Assaggiai, “ancora due minuti”.
“E da quanto scrivi”, mi domandò.
“Una trentina d’anni”.
“E come ti è venuta la passione?”.
“Beh è una cosa che è saltata fuori da sola, ho iniziato a diciotto anni perché stavo male e poi ho continuato.. e la fortuna ha girato dalla mia”. Avrei voluto rispondere: “era come se sentissi uno stimolo simile a quello che ti viene quando devi cagare”, ma ho preferito dosare i toni.
“Quindi credi nella fortuna?”.
“Non so se credo in qualcosa, ma devo dire che ho una certa propensione a considerare la fortuna come una componente vitale per l’uomo. Certo, c’è sempre l’altra faccia della medaglia, ma in ogni cosa c’è la mer.. c’è la parte orribile che si nasconde dietro l’angolo. La fortuna può arrivare anche se sei fermo, senza cercarla, anzi, il più delle volte ti fa l’occhiolino e ti stringe la mano proprio quando sei sdraiato sul letto a guardare il soffitto. E’ imprevedibile, come un ubriaco e, come in un rapporto tra sobrio e ubriaco, devi stare in guardia, perché il tradimento è sempre in agguato”. Dispensai questi quattro luoghi comuni, giusto per far felice il mio agente, che ne andava matto, e poi non parlai per il resto della trasmissione. Lei cambiò subito argomento, passando alla descrizione del piatto, attenendosi, in tal modo, alla formalità della classica intervista giornalistica. Non c’era spazio per discussioni in un programma del genere. Iniziai a sorridere come un costipato, sforzato e falso, e continuai così fino al termine del monologo culinario. Lei non smetteva un attimo di muovere lingua e labbra e suoni. Scolammo la pasta, per poi ributtarla nella pentola, lasciando un pizzico di acqua di cottura. Mantecammo con olio, pecorino, pepe e cannella e, una volta pronto, versammo la dose necessaria a riempire l’intera circonferenza del piatto. Abbellimmo il tutto mettendo in cima una verdissima foglia di basilico. “Ecco il piatto preparato con Nicola Bassi -pasta cacio, pepe e cannella- riassumiamo brevemente”.
Ci salutammo in fretta e, prima di lasciarla definitivamente, mi consegnò il suo libro di ricette. Ringraziai educatamente, come mi aveva insegnato a fare mia madre all’età cinque anni, e poi all’età di sei e sette e otto, fino ai ventidue, sempre, ogni giorno di ogni anno.
Tornai nel camerino e scolai un sorso di vodka. Tirai un sospiro di sollievo e pensai a Lisa, nel suo complesso. In certi momenti sembrava veramente entusiasta di quello che faceva, in altri sembrava dura e in altri ancora fragile, come se fosse sull’orlo di perdere tutto. Poi mi venne in mente l’orribile e vacuo sfondo di telecamere e flash e buio eterno. Parlavamo a mute teste che si rimpinzavano di cibo riscaldato, che ci guardavano annoiate e disperate da milioni di teleschermi lcd quaranta pollici. Chissà cosa pensavano di me e di lei. Avevo ricevuto qualche insulto? E chissene frega. Qualcuno comprerà il libro mostrato in diretta? E chissene frega. Ingollai un’altra buona sorsata per sotterrare il cumulo di domande e pensieri.
Il mio agente si catapultò nel camerino, sbattendo nuovamente la porta e mi consegnò la busta con il compenso. “Non spenderli tutti in alcool e cocaina”, mi raccomandò.
Cinquemila euro, non male per un’ora e mezzo di stati d’animo deliranti e orrida lucidità. Dovevo pagare la banca, prima di tutto. Quanto denaro dovevo restituire? Non me lo ricordavo. Decisi di andare al primo bar che avrei trovato sulla strada del ritorno.
Uscii fuori e chiamai un taxi. Ne passarono cinque senza degnarmi di uno sguardo. Il sesto si fermò. Salii, “verso Famagosta, grazie. Ah! Se vede un bar mi faccia un fischio che devo fermarmi un attimo”.
“Signore, qua ce n’è uno..”
“Più avanti, adesso mangiamo qualche kilometro”.
Contai i soldi ed estrapolai tre verdoni da cento. Dopo dieci minuti di corsa, il tassista fece cenno a un bar sulla destra. Gli dissi di svoltare e di aspettare dieci minuti. Uscii dalla portiera posteriore e m’incamminai barcollante verso la porta del locale. Un attimo dopo percepii, come fosse una sirena dilaniante nella testa, lo stridio delle gomme sull’asfalto, che partivano in un accelerazione impazzita. Il taxi stava correndo via. Sembrava un’immagine irreale. Sembrava di essere al cinema durante un film di serie B, e con un terrore raccapricciante portai la mano alla tasca interna della giacca. Vuota. Avevo lasciato la busta sul sedile di dietro. Ero fottuto, porcatroia. Quattromila e cinquecento euro buttati in faccia a qualcuno che li avrebbe spesi in donne e scommesse, credendo di riuscire a trarne qualche profitto. Era lo stesso che avevo in mente di fare io e con la stessa convinzione. Beh, a quanto pare siamo tutti nel torto, e chi crede di essere nel giusto è un fortunatissimo stupido. Anelai il suicidio ed entrai nel bar. Sapeva di morte. Ordinai uno scotch senz’acqua e appena arrivò ne ordinai un altro.
Si ricomincia da capo, con niente nel nulla.
©
Le foto non c’entravano per un cazzo
eppure dovevo riempire con qualcosa
così fornivo immagini spopolate e aride
anche perché in tal modo
m’intonavo meglio a questa cazzo di plebaglia.
Dovevo colmare il tempo,
gestirlo in qualche maniera
mentre aspettavo che il led
tremasse sul bordo dello smartphone ammaccato
dalle cadute imprecate.
Sballottato da tumulti di
parole e nervi tesi
come spago sottile e tagliente.
Sangue.
Sangue stilla a spruzzi
sopra caloriferi spenti
nella stagione calda.
E la musica classica è stata fottuta
dalle pubblicità del mattino
E il vecchio ora è il nuovo
E lo studio è quello che ti salverà, alla cieca
E la paura è moda, e va abbinata
con zeppe da dodici centimetri.
Ho scritto un centinaio di versi
e frasi
e incazzature ingenuotte
e sono passati due anni,
anni di stati nera e collosa come inchiostro
smerciato a casaccio su taccuini
dal brand accattivante.
I ragazzini di paese fumano a undici anni
emulando i propri cugini di undici anni
che a loro volta emulano i loro zii che
raccontano gli aneddoti di quando avevano
undici anni. E c’è ancora chi si sorprende.
Adolescenti con genitori devastati
da alcool scadente e lavoro straordinario
che si sfogano su di loro e tra di loro,
che li vendicano dai torti subiti da professori
e compagni di classe,
scendendo in campo di persona
con occhi spiritati e vestiti macchiati
e chiavi acuminate per firmare carrozzerie
impolverate.
Tutta spuma zuccherata di cui la massa
va ghiotta
e che ricama in note perfette
durante l’aperitivo delle sette.
Ho odiato molto e odio ancora,
e ci sarebbe altro da dire
ma devo pensare e pensare mi uccide, quindi,
probabilmente, me ne andrò a bere.
©
Ti aspettavo in giardino
e tu pubblicavi foto di vinili
ereditati da tuo padre.
Le mosche impazzivano di rumori
su vetri fradici di luce violenta
e pallida.
La polvere danzava in arabeschi
dipinti dal ventilatore
acceso, al massimo, eccetera.
Hai postato un nuovo gruppo
indipendente
e i tuoi capelli si sono fatti mossi.
Hai paura:
provi panico per crepacci
lontani, colmi di morte e
telecamere amatoriali.
Afferri il senso vano del contesto
generale,
che ti sfugge
e poi fuggi, ansiosa, terrorizzata,
sopra teorie scientifiche
da non approfondire nel prossimo futuro.
E’ un bel cazzo di casino e sabato apre
l’estivo dello stesso locale in cui andavamo
quest’inverno
Non cambia nulla, eccetto l’abbigliamento
femminile e le foto grondanti di sudore
multicolore.
Tu sei diversa
la tua amica t’assomiglia
stai diventando come tua madre
quella là porta la tua stessa gonna stropicciata.
Mostrami la tua indipendenza
aprendo un blog porno su tumblr
giocando con la reflex analogica
masturbandoti di malinconie.
Dammi un’innovativa ideologia
e iscriviti alla pagina di partito
non serve neanche più la tessera.
©
Le persone guadagnavano colore
per tornare al pallore,
perdevano capelli
e memorie
e peli sulle gambe.
Le persone guadagnavano aneddoti
e banalità
da sviscerare per decadi
in cene
e compleanni
e anniversari di compagni
sbiaditi;
da impregnare su carta digitale
in una poesiola di merda
o in un racconto del cazzo.
Le persone guadagnavano aria condizionata
in uno ospizio fuori città
e intanto perdevano soldi e vista
e figli
e nipoti
e mariti
e programmi tv
e denti
e conoscenze dimenticate.
Le persone guadagnavano un onanismo gratis in webcam,
perdendo il senno
e sborra calda sul pavimento
duro
e tempo
e vite
e parole.
Le persone guadagnavano rimpianti
e rimorsi,
impotenti come uno stronzo
che viene risucchiato dallo sciacquone
in un fascinoso
abisso laccato di blu-disinfettante.
Le persone se ne scordavano in fretta,
ammucchiando esperienze
su viaggi pendolari
su vacanze in villaggi per famiglie
su sale d’attesa
su malattie
su morti tragiche
su serie televisive
su modi per killare un cecchino in Call of Duty.
Le persone sono Io.
Io che perdo i minuti per controllare gli aggiornamenti
sul web;
Io che scarabocchio figure puerili
a margine degli appunti di letteratura;
Io che ho lacune enormi di sintassi inglese
e copio e incollo dal traduttore online;
Io che me ne frego se la nave si ribalta
o se il divano mi massaggia la schiena;
Io che ho paura di api e zanzare
paura di un gonfiore rosso sul collo
o di uno shock anafilattico;
Io che mastico nervoso per l’indifferenza
nelle mie ore di solitudine
indifferente.
Io che odio tutti e anche
me stesso
non conoscendo nessuno e neppure
me stesso.
©
Trovai della vodka al mirtillo sotto il lavello della cucina. Non avevo idea di come ci fosse finita. Al diavolo lo studio, pensai. Così iniziai ad ingollare qualche sorsata. Sapeva di miele, era molto dolce. Provai un forte senso di nausea e guardai l’etichetta: “vodka polacca al mirtillo”. Cazzo, faceva schifo. Mi limitai a tornare in camera e a battere sulla tastiera. Cosa ci facevo ancora qua? A spendere la noia in ore su internet, vuote e terribili. Trovavo assai stupido l’incazzarsi scrivendo stati finto memorabili che si sarebbero dispersi nella nebbia tagliente del tempo. Lo facevo anch’io, voglio essere franco. Sono uno stupido, questa è la sintesi. Adesso, invece, mi adopero in un distacco pretestuoso, solitario, corrosivo. Siedo su plexiglass sostenuto da assi di ferro, a gambe incrociate, aspettando il torpore e alimentando odio ed elucubrazioni suicide. Facevo sempre il medesimo gioco con le ore: colazione; semi studio; pranzo; televisione; libro; studio, pochissimo; bagno caldo e lettura con musica; cena; e alternavo uscite serali con una buona lettura. Per cosa, poi? Per ricominciare tutto dal principio? Per arrancare avanti fino a tornare al punto di partenza? Mi sentivo così insultato da questo giro perpetuo. Cazzo, sembrava di essere in mezzo ad una farsa sghignazzane, piena di comparse e presenze vestite con divise d’ordinanza e stupidità e cecità. Perché, allora, non farla finita adesso? Subito, ora. Era il dolore a spaventarmi, la forma della morte. Il sangue spruzzato sul cemento, la faccia contorta, l’espressione cancellata. La morte era così perfida da non farsi accettare da nessuno, svolgendo, comunque, il suo amato compito. Vedevi il piacere nei suoi ammiccamenti, quando raccoglieva le spoglie da terra, nelle sirene blu cobalto. Si percepiva un gran godimento dagli inferi, quando il beccamorto truccava la salma afona.
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Bestemmiai con la faccia schiacciata contro il cuscino. Erano le nove e trenta. Il telefono aveva attaccato con la sveglia, ma non riuscivo a trovarlo. Doveva essere da qualche parte, lì, fra le coperte ingarbugliate. Tastai a casaccio, con occhi spenti dal sonno. Niente. Non c’era, eppure continuava a cantare. Sembrava quasi un perpetuo insulto, diretto a me e faceva male alla testa, alle ossa, al cuore, allo spirito, all’uccello armato dal risveglio. Rigirai il lenzuolo, lo attorcigliai così tante volte e così nervosamente da formare una treccia, rigida. Imprecai fra i denti. Buttai il tutto sul tappeto, mentre il cellulare urlava la sua nenia del cazzo. Agganciai il copriletto per la coda e lo riportai in superficie. Volevo squarciarlo, aprirlo con le unghie, morderlo, sputargli addosso. Nella foga e nella rabbia scaraventai il guanciale contro la poltrona, ed ecco spuntare quel fottuto smartphone che giocherellava con le luci e con il led multicolore e con le note. Era sotto il cuscino, porcaputtana. Bloccai la sveglia, pigiando forte con il pollice, digrignando la mascella, e andai in bagno. Strappai dalla bocca l’apparecchio mobile. Fili di bava ovunque. Lo sciacquai sotto l’acqua e lo riposi nel bicchiere. Mi avviai verso la cucina. Era l’ora di un caffè forte per prepararmi ad iniziare un’altra inutile giornata.
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Delle volte arrivavano dei vicini interessanti
affittavano la villetta al piano terra
e se ne stavano in silenzio
scambiando saluti distinti, educati.
Vivevano d’odio e amore reciproco.
Alimentavano chiacchiere
per condomini avidi d’ovvietà,
condomini che sprecano le loro vite in chiacchiere
biascicate sottovoce
nei parcheggi sotterranei
e le loro invidie
e le loro ipocrisie
e le loro moralità da quattro soldi
rimbombano contro mura annerite
dai gas di scarico di auto pagate a rate mensili.
E questi,
questi vicini pazzi
e vivi,
creavano il loro cosmo privato
le loro parentesi quotidiane
come fossero entità aliene
e amavano i propri figli
e i loro gatti
e scopavano
e litigavano.
“Hai sentito? Sono arrivati nuovi vicini”
continuamente, ogni giorno
discorsi da rivista posticcia
si riversavano tra le mura condominiali
come un cancro,
attecchivano tutti e ognuno partecipava
attonito
alle conversazioni suicide.
e
Mentre pendolari tornano alle sette di sera
stanchi e annichiliti
dal centro città;
Mentre operai e commesse
si spogliano della divisa d’ordinanza;
Mentre mariti sbiaditi
corrono al supermarket per comprare
la farina, dimenticata durante il primo giro d’acquisti,
necessaria per impastare un dolce ipocalorico;
Mentre si comprano ghiaccioli
in un giorno di pioggia
per dar scacco alla noia;
Mentre cani ed iguane e serpenti
d’appartamento tentano di mordersi la coda;
Parole di cera calda vanno squagliandosi sopra
fragili piastrelle
e la mia mente vacilla in questo ordinario
Nulla.
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